Solo per una notte.

scritto da Rubrus
Scritto Ieri • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 18 ore fa
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Autore del testo Rubrus

Testo: Solo per una notte.
di Rubrus

«È cominciata per gioco e, forse, non è stato che un gioco».
Jill spinse il cartoncino bianco verso Daphne.
Era un comune rettangolo di carta rigida. Sulla formica bordeaux del tavolo, alla luce della vecchia lampada a incandescenza, mostrava tutta la sua ordinarietà. Un biglietto da visita di poco prezzo, stampato non in tipografia, ma dalla macchinetta di qualche centro commerciale.
Daphne lo prese, rigirandolo tra le dita. «U. Buz. Inc?».
Nell’angolo a sinistra c’era il ritratto di un uomo intento a leggere un libro. Accanto, una pila di volumi e qualche oggetto cilindrico che avrebbe potuto essere un rotolo di papiro.
«Aveva pensato di sostituire i libri del disegno con un e-reader, ma gli era venuto in mente che un lettore di e-book non avrebbe neanche preso in considerazione un biglietto da visita cartaceo» disse Jill.
Daphne le porse il biglietto «Il gioco di parole mi pare sbagliato».
Jill non lo prese e lei lo posò sul tavolo, accanto al test di gravidanza.
«Allora non conoscevo la parola. O non mi era venuta in mente, forse per via della “z”. “Incubus” è la grafia giusta». Si accese una sigaretta, poi cercò il posacenere. Stava il più lontano possibile dal test di gravidanza, come per un’inconscia, prematura forma di protezione. «Comunque è un anagramma» concluse «Una specie».
«La “U” sta per...? » chiese Daphne.
«Ulysses. Diceva che era il nome giusto per uno che viaggiava tanto».
Daphne si accese a propria volta una sigaretta soffiando il fumo verso l’alto. La lampadina fu coperta per qualche istante da una patina grigia. «Ci sapeva fare con le parole».
Jill spostò il posacenere al centro del tavolo. «Ci sapeva fare. Ma c’è sempre la faccenda della “z”».
«Buz è un nome idiota» disse Daphne «Non lo userei per una ditta, anche se fosse il mio». Scosse la sigaretta. Cadde un po’ di cenere. La osservò come se volesse scorgere in essa la risposta alla domanda che stava per porre. Alla fine parlò. «Pensi che ti darebbe qualcosa? Se sapesse, cioè. Se tu volessi».
«Potrei trovarlo. Ho i dati fiscali. Non so. Non mi costerebbe tanto».
«Ma non vuoi farlo».
Socchiudendo gli occhi, Jill guardò la lampadina. Continuava a brillare, caparbia come una sentinella che rimane al suo posto anche dopo che la guerra è perduta.
«Bastardo» concluse Daphne.
«Dillo».
«Bastardo».
«No. Dì quello che avevi in mente».
Daphne guardò il test di gravidanza.
«Che cosa cerchi in un uomo? » continuò Jill.
«Cristo, Jill».
«Mi è venuto in mente quasi subito. L’anagramma. Zeta o no. “Incubus”. Ma lui mi ha spiegato che cosa vuol dire. Dal latino "incubare". Demoni che gravano sul petto dei dormienti, portando loro brutti sogni. E, a volte, mettendo incinta le donne».
«Cristo, Jill, piantala» ripeté Daphne spegnendo la sigaretta. Il cilindretto di carta sfrigolò, accartocciandosi. Una traccia di rossetto lo circondava come una bocca aperta in una O di sorpresa.
«Portavano un berretto in testa e a volte lo perdevano. Chi lo trovava acquistava il potere di scoprire tesori nascosti. Era un berretto conico. Sai, tipo quello dei nani di Biancaneve. Curioso come sia tutto collegato. Comunque sì, penso che mi darebbe dei soldi, se sapesse del bambino. Ma non mi aspetto un tesoro».
Daphne si alzò dirigendosi verso il frigorifero, come se il fatto di muoversi potesse sciogliere le parole che non riusciva a dire. Aprì lo sportello e prese due birre. Le posò sul tavolo.
«Senti, Jill, io non ti giudico. Ci sei rimasta, ok? Sono cose che capitano. Ti andava, ci sei finita a letto e basta. So della tua educazione cattolica e tutto il resto, ma non devi tenere il bambino perché pensi a una specie di punizione. Come pensi che lo tireresti su se lo considerassi una sorta di... castigo divino?. Devi tenerlo se vuoi tenerlo. Persino il Papa sta cambiando idea sull’argomento. E, se lo fai, devi decidere se dirlo a... ma come fa uno a chiamarsi “Buz?”».
Jill afferrò il biglietto da visita. «U. Buz. Inc. Come nome per una casa editrice va bene, no?. Specie se è specializzata in storie del terrore. Voglio dire... se uno è abbastanza sveglio da scovare l’anagramma».
Daphne si protese sul tavolo. Più che allungarsi, vi si sdraiò, come se lo spazio che le separava stesse per allargarsi irreparabilmente e dovesse riportarlo alle dimensioni normali prima che fosse troppo tardi. «Stai girando intorno al problema».
Jill scosse la testa «No. Stai girandoci intorno tu. Avevo preso tutte le... precauzioni capisci? E anche lui».
Daphne si tirò indietro. «Ok. Avevate preso tutti gli accorgimenti. Capitolo chiuso. Il prossimo capitolo è... » afferrò il test di gravidanza e glie lo mise davanti. «“che cosa ne faccio?”».
Il biglietto da visita fu spinto via e finì sul bordo del tavolo. Jill lo guardò e lo lasciò lì. Si passò la mano sul viso, strofinandoselo. L’aria era secca e acre. Ma non così tanto.
«Senti... » fece Daphne allontanando il test «è solo che... vorrei che tu vedessi il vero problema».
«È tutto a posto».
«Non è che adesso mi dirai di aver trovato un cappello a punta, vero? ».
Jill si concesse un sorriso. Un po’ grigio, ma c’era.
«E poi mica devi decidere stasera. Hai ancora un po’ di mesi di tempo. Dobbiamo solo... mettere le questioni sul tavolo». Spostò il posacenere, come se fosse una di esse. I mozziconi, mezzo consumati, esalavano un filo di fumo come vulcani quiescenti.
Jill annuì. «Giusto. Una cosa alla volta. Un problema alla volta» il sorriso si rischiarò un poco. Ora aveva il colore dello sportello del frigo. Una glassa candida, con qualche macchia scura di ruggine vicino ai cardini. «Potemmo cominciare con le birre. Se vogliamo berle, io direi che ci serve lo stappa bottiglie. Non l’hai preso».
Daphne si alzò e andò alla cucina. Il cassetto si aprì col solito rumore ligneo e scricchiolante. Impossibile che potesse succedere qualcosa di eccezionale in una cucina dove i suoni erano quelli di sempre. Le posate fecero udire il consueto sbatacchiare di ferraglia. Daphne si sedette. Stappò le bottiglie che le restituirono uno sfrigolio frizzante carico di promesse come l’eco di una festa lontana.
Non aveva preso i bicchieri. Bevvero a canna.
«Sai» disse Jill «io... non penso che potrei chiedergli niente. La mattina dopo se n’era andato e io non ne sono rimasta sorpresa. Per la miseria, mi andava bene così» ridacchiò sussultando. «Insomma... non ha detto nemmeno “vado a prendere le sigarette”. Ero io quella che fumava e non mi aspettavo che lo facesse. Neppure se le sigarette erano per me. No, non interrompermi. Non mi sto giustificando. Ho imparato ad accettare la mia fallibilità. Ho imparato ad accettare... » indicò la cucina, il tavolo in formica, i pensili in compensato, il frigo di seconda mano, la lampadina che continuava a splendere «tutto questo. E poi una donna può cavarsela da sola, al giorno d’oggi. Non abbiamo bisogno di un uomo accanto».
«Solo che?».
«L’hai detto anche tu. Era bravo con le parole».
«Vorresti che fosse qui, adesso?».
«Non pensare a roba del tipo “sapeva ascoltare, sapeva come parlare a una donna, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda” e altre scemenze da soap. Non pensare nemmeno a una storia come quella di Pigmalione, la conosci?».
Daphne si mosse sulla sedia. Una gamba urtò quelle del tavolo. Una vibrazione appena, ma il biglietto da visita cadde a terra.
«Era... » annaspò con le mani come se le parole fossero sospese nell’aria insieme alle ultime tracce di fumo. «Era di più». Smise di gesticolare e guardò la lampadina. Era davvero opaca, velata da una cortina di fumo antico e rappreso. «Era di più».
«Vorresti che fosse qui, adesso?».
Jill guardò il biglietto a terra. Lo sposò con un piede, ma non lo raccolse.
«No. È stato solo per una notte».


Buz si accese una sigaretta, proteggendola con una mano.
Si era alzato il vento. Una brezza gentile che scivolava dalla cima delle colline come un animale notturno. Prima dell’alba avrebbe rinforzato, avrebbe attraversato la pianura e sarebbe giunta in città. A quel punto avrebbe potuto sentirla anche Jill, ma non avrebbe più avuto l’odore che lui stava avvertendo, il sentore incerto che annunciava il passaggio dall’estate all’autunno.
Autunno.
Probabilmente Jill si era già accorta di essere incinta.
Si chiese con chi si sarebbe confidata. Forse qualche amica, anche se le era sembrata una donna così sola.
Si domandò che cosa potessero dirsi due donne su una faccenda come quella quando nessuno le ascoltava, ma c’erano segreti che neanche lui poteva sapere ed era giusto così.
La gente aveva un rapporto sbagliato con le parole. Pretendeva da loro soluzioni che non potevano offrire e non comprendeva il loro vero potere. Lo chiamava magia. Seduzione. Parole che servivano solo a sostituirne altre e non spiegavano niente. Era così che funzionava con lui.
Spense il fiammifero agitando la mano. Non capiva che cosa ci provasse la gente a fumare. Aveva l’impressione che fosse solo un modo per colmare il vuoto tra un pensiero e l’altro. Chissà se Jill avrebbe tenuto il bambino.
Prese il pacchetto di sigarette e lo gettò via.
Improbabile.
Succedeva, ma molto raramente e tra una volta e l’altra passava parecchio tempo, anche se negli ultimi periodi gli intervalli si erano abbreviati.
Forse avrebbe dovuto lasciare l’America. Sembrava aver perso la sua energia. Forse la Cina...
Comunque, non gli era andata male. I figli che erano nati lì avevano, con le parole, il rapporto giusto.
Mise una mano in tasca e ne estrasse i ritratti osservandoli alla luce delle stelle.
Eddie era stato il più sfortunato. Sua madre era morta quando lui aveva appena due anni. Troppo fragile. Dopotutto era un’artista. Un’attrice. Quanto al padre putativo... be’, era previsto che morisse. Peccato che anche con la famiglia adottiva gli fosse andata male.
Con Howie avrebbe dovuto essere diverso, ma Sarah era così puritana... Dire al piccolo che il vecchio Winfield era morto e, quando era giunto il momento, lasciargli credere che fosse crepato di sifilide, tanto perché al piccolo non venisse in testa di indagare. Coprire uno scandalo con un altro.
Nellie era stata più in gamba. Aveva raccontato a Steve che il padre se n’era andato di casa e che quanto rimaneva di lui era un filmino che lo ritraeva sul ponte di una nave. Al momento giusto, aveva fatto sparire anche quello. Sì, Steve era quello cui era andata meglio.
Mise via i ritratti.
Se il figlio di Jill fosse nato, la sua foto sarebbe stata un file su un cellulare, ma ancora non riusciva ad abituarsi a quegli aggeggi e avrebbe fatto il possibile per usare ancora il vecchio album con la copertina di cuoio.
Uno deve pure attaccarsi a qualcosa.
Specie quando vagabonda da un’eternità, mettendo al mondo figli che non vede crescere e domandandosi, sempre più spesso, se non sia il caso di fermarsi e metter su famiglia da qualche parte.
Meglio di un po’ di compagnia solo ogni tanto.
E solo per una notte.


***

NDA: Sia Edgar Allan Poe, che Howard Phlllips Lovecraft che Stephen King erano e sono, in pratica, figli unici. Poe, la cui madre biologica morì quando lui aveva due anni, aveva dei fratelli, ma fu dato in adozione e crebbe come figlio unico di John Allan. King ha, sì, un fratello maggiore, Dave, scomparso da poco, ma è un fratello adottivo. King, nato poco dopo l’adozione di Dave, è quindi unico figlio biologico di Nellie Pillsbury,
Sia King, sia Lovecraft, sia Poe, non hanno, in pratica, conosciuto i loro padri. Quello di Poe mori quando lo scrittore era piccolo, quello di Lovecraft fu ricoverato in manicomio per sifilide (un male infamante perchè spesso trasmesso per via sessuale) quando lo scrittore era ancora un bambino: Poe fu adottato dagli Allan, Lovecraft cresciuto dal nonno, dalla madre e dalle zie. Il padre di King se ne andò di casa quando Stephen era molto piccolo. L’aneddoto del filmino trovato in un baule in soffitta – unitamente ad alcuni libri horror – è stato raccontato dall’autore stesso.
Gli altri dettagli biografici sono facilmente verificabili.
Lo stesso dicasi per la figura degli “Incubi” – demoni che mettevano in cinta le donne durante il sonno. Le loro controparti femminili erano le succubi. Anche il dettaglio del cappello a punta, dei tesori ecc. è attestato nel folklore europeo.

Solo per una notte. testo di Rubrus
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